sabato 14 giugno 2008

Il Battello ebbro

Una musica adatta alla lettura

Imogen Heap - Hide and Seek

Nel 1871, a soli diciassette anni, Arthur Rimbaud scrive uno dei capolavori indiscussi della poesia di tutti i tempi: Le bateau ivre e noi in qualità di ebbri non potevamo non tenerlo presente. L'ebbrezza del battello non deriva dall'alcool, ma dall'assoluta libertà e dalla rinnovata capacità di contemplare con occhi vergini gli spettacoli naturali più incredibili e rari, al di fuori di ogni nozione usuale di tempo e di spazio, al di là di ogni limite di verosimiglianza. Tuttavia l'esperienza incalzante di mondi e realtà così abnormi prostra il Battello che si sente ormai inadeguato a continuarla ed è cosciente che ci vorrebbe per ciò ben altro vigore; né d'altra parte, dopo quello che ha visto, dopo aver assaporato i frutti di questo delirante abbandono al di là delle sue normali rotte, questo Battello, la cui vicenda ha una trasparente significazione simbolica ed autobiografica, può ritornare entro i mediocri confini di una vita usuale. La spossatezza finisce col coincidere con un senso di sconfitta: conclusasi l'anarchica esperienza di rifiuto delle rotte usuali, semidistrutto, al battello non resta alcun'altra possibilità che quella di rimpiangere la pozzanghera della sua infanzia, in cui un bimbo malinconico abbandonava un battello leggero.



Poiché andavo scendendo lungo i Fiumi impossibili,
sentii che i bardotti non mi guidavan più:
ignudi ed inchiodati ai pali variopinti,
i Pellerossa striduli li avevan bersagliati.

Col mio cotone inglese, col mio grano fiammingo,
non mi curavo più di avere un equipaggio.
Quando, assieme ai bardotti, si spinsero i clamori,
i Fiumi mi lasciarono scender liberamente.

Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
l'altro inverno, più sordo di una mente infantile,
io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
non subirono mai sconquasso più trionfante.

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un turacciolo ho danzato sui flutti
che eternamente spingono i corpi delle vittime,
dieci notti, e irridevo l'occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa,
l'acqua verde filtrò nel mio scafo di abete
e dalle macchie rosse di vomito e di vino
mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi.

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
morde l'acqua turchese, dentro cui, fluttuando,
scende astatico un morto pensoso e illivido;

dove, tingendo a un tratto l'azzurità, deliri
e ritmi prolungati nel nel giorno rutilante,
più stordenti dell'alcol, più vasti delle lire,
fermentano i rossori amari dell'amore!

Io so i cieli che scoppiano in lampi, so le trombe,
le correnti e i riflussi: io so la sera e l'Alba
che si esalta nel cielo come colombe a stormo;
e qualche volta ho visto quel che l'uomo ha sognato;

ho visto il sole basso, fosco di orrori mistici,
che illuminava lunghi coaguli violacei,
somiglianti ad attori di antichi drammi, i flutti
che fluivano con tremito di persiane, lontano!

Sognai la notte verde delle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi degli Oceani,
la circolazione delle linfe inaudite,
E, giallo e blu, il destarsi dei fosfori canori! [...]

Ho cozzato in Floride incredibili: fiori
sbocciavano fra gli occhi di pantere con pelli
d'uomo! In arcobaleni come redini tesi
a glauche mandrie sotto l'orizzonte dei mari!

Ho visto fermentare gli stagni enormi, nasse
dove frammezzo ai giunchi marcisce un Leviatano!
Frane d'acqua scuotevano le immobili bonacce,
cateratte lontane crollavano nei baratri!

Ghiacciai, soli d'argento, flutti madreperlacei,
cieli ardenti! Incagliavo in fondo a golfi bruni
dove immensi serpenti mangiati dalle cimici
cadon, da piante torte, con oscuri profumi!

Ai bimbi, avrei voluto mostrare le dorate
dell'onda cupa e azzurra, o quei pesci canori.
- Schiume di fiori, mentre salpavo, m'han cullato,
e talvolta ineffabili venti m'han dato l'ali.

Martire affaticato dai poli e dalle zone,
il mare che piangendo mi addolciva il rullio
faceva salir fiori d'ombra, gialle ventose,
ed io restavo, simile a una donna in ginocchio,

quasi isola, scuotendo sui miei bordi i litigi
e lo sterco degli uccelli dagli occhi biondi, e urlanti.
Vagavo ed attraversavo i miei legami fragili
gli affogati a ritroso scendevano a dormire!

Io, battello perduto nei crini delle cale,
spinto dall'uragano nell'etra senza uccelli,
- né i velieri anseatici, né i Monitori avrebbero
ripescato il mio scafo ubriaco d'acqua, -

libero, fumigante, di brume viola carico;
io che foravo il cielo rossastro come un muro
che porti, leccornie per i buoni poeti,
dei licheni di sole d dei mocci d'azzurro;

io che andavo chiazzato dalle lunule elettriche,
folle trave, scortato dagli ippocampi neri,
quando il luglio faceva crollare a scudisciate
i cieli ultramarini dai vertici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a centro leghe
i Behemot in foia ed i denesi Maèlstrom,
filando eternamente sull'acque azzurre e immobili,
io rimpiango l'Europa dai parapetti antichi!

Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
dai cieli deliranti aperti al vogatore:
- E' in queste notti immense che tu dormi e t'esili
stuolo di uccelli d'oro, o Vigore futuro?

Ma basta, ho pianto troppo! Le albe sono strazianti,
ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:
l'acre amore mi gonfia di stordenti torpori.
Che la mia chiglia scoppi! Che vada in fondo al mare!

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
un battello leggero come farfalla a maggio.

Non posso più, bagnato da quei languori, onde,
filare nella scia di chi porta cotone,
né fendere l'orgoglio dei pavesi e dei labari,
né vogar sotto gli occhi orrendi dei pontoni.

4 commenti:

  1. MA COSA VUOI FARE CON QUESTI IN VINO VERITAS?

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  2. Bella l'introduzione Runnix!!!
    Mi ha fatto quasi commuovere =)

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  3. Secondo me anche la scelta della musica ha giocato un ruolo fondamentale

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  4. Caro runnix, che gioia leggere il tuo blog!! Esiste un battello, ebbro, popolato da ebbri marinai che lanciano il proprio sguado all'orizzonte assieme al loro fanciullo Capitano dagli occhi vitrei, trasognanti!
    Esiste un laboratoio teatrale che ne porta il nome, nonostante i bastoni tr le ruote (c'è chi non intende: u battello, ebbro, non ha ruote! Inutile provare a mettere un freno alle fantasie).

    Ti invito a visitarlo il nostro blog, a leggerne la storia, dal primo post e ad apportare il tuo prezioso contributo.

    www.messaggidallastiva.blogspot.com

    A presto! Grazie!

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