mercoledì 26 novembre 2014

Concetti chiave di due società in antitesi: capitalismo e socialismo


Questa nota non aggiunge nulla di realmente nuovo a quello che è stato scritto finora su socialismo e capitalismo. La mia intenzione è semplicemente introdurre quella che io definisco la generazione zero di compagni di cui anche io faccio parte ai concetti base sulle due visioni differenti del mondo: il socialismo, che si basa essenzialmente sul principio della condivisione ed il capitalismo che invece si poggia sostanzialmente sul principio della proprietà e sul valore aggiunto dei beni di consumo.
Oggi tutte le economie del pianeta operano e non possono fare a meno di operare in ottica capitalista; anche le piccole economie socialiste come ad esempio Bolivia, Cuba, Uruguay e Venezuela, per non chiudersi nell'autarchia ed avere scambi con il resto del mondo, sono costrette ad adottare forme di capitalismo misto.
La prima domanda è: perché in tutto il mondo è prevalso il modello capitalistico?

La spiegazione ampiamente diffusa per ragioni non tanto razionali quanto piuttosto politiche è che il modello del così detto socialismo reale non è in condizione di poter funzionare per una serie di motivi, come ad esempio lo scarso ricambio della classe dirigente, l'eccessiva burocratizzazione e il centralismo politico-amministrativo. Sono tutte motivazioni riconducibili alla mancanza di democrazia e alla mancanza di autonomia amministrativa da parte degli enti territoriali che gestiscono la produzione. In questo caso, pur essendo queste alcune delle motivazioni che hanno effettivamente contribuito al crollo dell'Unione Sovietica, non si tratta di motivazioni che riguardano il socialismo reale in sé. Mi spiego con un esempio: una volta ad Enrico Berlinguer fu chiesto se si potesse conciliare in una ricetta di cucina spaghetti e riso, considerando che gli spaghetti rappresentano il comunismo e il riso la democrazia. Berlinguer quella volta aggirò la domanda perché in quel contesto storico, sotto l'egida dell'URSS, non poteva rispondere. Oggi invece si può benissimo rispondere affermando che se gli spaghetti sono il comunismo allora la democrazia è la salsa di pomodoro piuttosto che il riso. Se in passato si riteneva che democrazia e capitalismo fossero perfettamente conciliabili, mentre comunismo e democrazia assolutamente no, oggi è considerata molto più veritiera l'idea secondo cui "La Democrazia esiste laddove non c'è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi". (Rousseau)
La democrazia non potrà mai funzionare efficacemente in un contesto in cui vi è un conflitto sociale manifesto o latente tra i molti poveri sfruttati e i pochi ricchi sfruttatori, perché altrimenti il sistema ne sarebbe minacciato. Non ci può essere smodata ricchezza senza cupa miseria e qualsiasi testo economico neoclassico giustifica l'elevata disuguaglianza sociale perché nel modello capitalistico l'elevata ricchezza corrisponde ad una più elevata capacità di investimento, necessaria alla produzione dei beni di consumo e alla continua crescita del prodotto.
Altre motivazioni sul fallimento del comunismo (inteso come socialismo reale) fanno perno sulla sua natura considerata a bassissima innovazione per l'assenza di imprenditori talentuosi capaci di portare innovazione per avere successo e per l'assenza di concorrenza. In realtà se si pensa alla competizione che c'era durante la guerra fredda tra USA (paese capilista per eccellenza) ed Unione Sovietica nella corsa allo spazio, la bassissima innovazione del comunismo non pare credibile, così come non pare credibile che il libero accesso al sapere e la sua condivisione gratuita portino minore innovazione rispetto all'impulso egoistico di avvantaggiarsi di una propria innovazione tramite la proprietà del brevetto che limita per decenni la libera diffusione dell'innovazione.
In ultima analisi vale la pena accennare agli effetti che trent'anni di neoliberismo, di libero mercato e privatizzazione hanno determinato persino sui tratti della personalità favoriti e/o penalizzati nella nostra società. Ad esempio comunemente si ritiene che sia scarsamente probabile che ci siano persone disposte a lavorare (insegnare, curare i malati, consegnare la posta etc.) al solo scopo di fare del bene alla comunità di cui si fa parte, senza nessun altro fine egoistico come quello di arricchirsi. Oggi di fatto siamo educati ed abituati a pensare che l'impulso egoista di fare qualsiasi cosa per un mero arricchimento personale e per perseguire la massimizzazione del profitto non solo non sia un male, ma addirittura sia la spinta fondamentale per creare una società che funzioni bene. Fino a quando l'autentico capitale sociale non è identificato nell'altruismo e nello spirito della comunità non potrà mai esserci alcuna svolta verso un nuovo modello economico e sociale migliore del capitalismo.
A tal proposito consiglio di leggere "Tutta colpa del neoliberismo. Ci hanno ripetuto che non siamo mai stati così liberi di scegliere, ma la libertà che non ha a che fare con il successo è limitata" di Paul Verhaeghe

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