sabato 6 febbraio 2016

Le ragioni del NO sulle modifiche della Costituzione

http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net/referendum-comitato-per-il-no-nel-ferefendum-alle-modifiche-della-costituzione/
Nel 1946 l'Italia antifascista del Comitato di Liberazione Nazionale prese le redini di uno Stato allo sbando e diede il via all'Assemblea Costituente che avrebbe dato vita alla Costituzione antifascista della Repubblica Italiana. Dalle ceneri di un regime che ambiva al potere universale sorse un nuovo assetto sorretto da ben differenti ideali recepiti dalla Costituzione dell'allora neonata Repubblica. Costituzione che fino ad oggi ha previsto un sistema di pesi e contrappesi volti ad impedire l'insorgere di nuove dittature che potessero far ripiombare l'Italia in un nuovo delirio di oscurantismo e disumanizzazione.
Le radici storiche dell'antifascismo, in perfetta sintonia con il costituzionalismo democratico, si ritrovano nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) nel dicembre del 1948, di cui la nostra Costituzione contiene numerose anticipazioni, perfino sul piano testuale.
Sono queste le radici della Costituzione attualmente esistente che vuole l'economia al servizio dei popoli e non i popoli al servizio dell'economia.
E le radici della riforma costituzionale renziana quali sono?
Sono costituite dalle privatizzazioni che segnano l’arretramento dello Stato a favore degli interessi del mercato, dai diritti dei lavoratori negati e dall'agenda dettata dalla banca d’affari J.P. Morgan che esplicitamente chiede (senza che nessuno abbia minimamente protestato) ai Paesi europei la riduzione degli spazi di democrazia tutelati dalle costituzioni antifasciste del II dopoguerra. Tutti gli inviti provenienti dalle istituzioni sovranazionali, legate al governo della finanza globale, sono in linea con la J.P. Morgan, compresi i moniti provenienti dall’Europa (“ce lo chiede l’Europa”).

I motivi per il NO

Il disegno di legge costituzionale Renzi-Boschi di riforma della Parte II della Costituzione dissolve l’identità della Repubblica nata dalla Resistenza. È inaccettabile per i contenuti e lo è ancor di più in rapporto alla nuova legge elettorale “Italicum” (52/2015) già approvata, che all’azzeramento della rappresentatività del senato aggiunge l’indebolimento radicale della rappresentatività della camera dei deputati rafforzando l'esecutivo in modo spropositato.
A proporla, paradossalmente, è la maggioranza parlamentare costituita grazie al premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale soprannominata “Porcellum” dagli stessi fautori, dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale il 4 dicembre 2013 in riferimento proprio al premio di maggioranza assegnato e all'impossibilità per l'elettore di fornire una preferenza.
Il centro della riforma è costituito dalla cancellazione della elezione diretta dei senatori, dalla drastica riduzione dei componenti - lasciando immutato il numero dei deputati - dalla composizione del nuovo organo fondata su persone selezionate per la titolarità di un diverso mandato (e tratta da un ceto politico di cui l’esperienza dimostra la prevalente bassa qualità) colpendo irrimediabilmente il principio della rappresentanza politica e gli equilibri del sistema istituzionale.
L'arzigogolata proposta di riforma è ben spiegata da Gustavo Zagrebelsky:

« Si prenda quello che viene presentato come il cuore della riforma, il nuovo Senato: 95 senatori che rappresentano Regioni e Comuni, più cinque che “possono essere nominati” dal Presidente della Repubblica. Quale logica regga un mélange come questo, che poteva spiegarsi nel vecchio Senato che portava tracce di storia costituzionale pre-repubblicana, sfugge. Ogni Regione “ha” almeno due senatori, e così anche le Province di Trento e Bolzano. Se si ritiene (ma non è chiaro) che tra i due non sia compreso il sindaco, che dunque si deve aggiungere al numero fisso minimo per ogni Regione, il conto è presto fatto: le Regioni sono 20; venti per 2 fa 40. A ciò si aggiungono 4 senatori per le Province anzidette, e fa 44. Si aggiungono i 22 senatori eletti tra i sindaci, uno per ciascuno dai consigli regionali e provinciali e fa 66. 95 meno 66 fa 29. Questi 29 seggi senatoriali dovrebbero servire a garantire la “ripartizione proporzionale” tra le Regioni, secondo le rispettive popolazioni! 29/20! Se si fa qualche calcolo, risulta tutto meno che la proporzionalità che pure è prevista dal IV comma dell’art. 2. Non cambia di molto il risultato, se il sindaco entra a far parte del numero due garantito a ogni regione. È un guazzabuglio di logiche diverse: la garanzia di almeno due posti in Senato corrisponde all’idea della rappresentanza degli Enti regionali, ma la distribuzione proporzionale dei seggi ulteriori corrisponde invece all’idea che, a essere rappresentate sono le popolazioni. Per non parlare del caso del Trentino Alto Adige che si troverebbe ad “avere” 6 senatori, due per ciascuna Provincia e due per la Regione. Anzi, forse ne avrebbe 7, calcolando il sindaco fuori del numero minimo di due, garantito alla Regione. Qual è il filo conduttore ha seguito il legislatore costituzionale? Ma c’è un filo conduttore o siamo allo sbando?
Queste considerazioni precedono la discussione circa l’opportunità di superare il c.d. bicameralismo perfetto, opportunità peraltro da gran tempo largamente condivisa. Ma, una cosa è il cambiare, un’altra è il come cambiare. Siamo di fronte a un testo incomprensibile».
La verità è che i singoli contenuti della riforma importano poco o nulla di fronte al significato politico. Tutti i cittadini devono cercare di capire davvero cosa c'è dietro tale proposta prima di esprimersi nel referendum.
Si ricorda che il referendum costituzionale non necessita di un quorum, per cui occorre l'adesione convinta, più ampia possibile, per la vittoria del NO.
Sono questi i motivi che oggi portano alla creazione di un Comitato nazionale in difesa della Costituzione e la parte sana di Battipaglia non può tirarsi indietro.
Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione” (Edmund Burke).
***
Il presente testo si ispira al discorso di Gustavo Zagrebelsky in occasione del primo incontro pubblico del Comitato per il no nel referendum costituzionale sulla legge Renzi-Boschi, tenuto l’11 gennaio 2016 a Montecitorio.

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